“Ottimizzare per ChatGPT” è la frase del momento. Ed è, quasi sempre, la domanda sbagliata.
Tutti vogliono la copy perfetta per farsi citare da un modello: il tono giusto, le “entità semantiche”, il formato della risposta. Ma prima di chiederti cosa dici, ci sono quattro domande più stupide e molto più importanti — e quasi nessuno le guarda. Le ho imparate misurandole, un brand alla volta. Sono queste.
1. Il bot riesce anche solo a leggerti?
La GEO oggi è per l’80% idraulica e per il 20% contenuto — e tutti sono ossessionati dal 20%. Si discute di copywriting mentre il robots.txt blocca metà dei crawler AI e il CDN blocca l’altra metà a loro insaputa. È come curare la vetrina con la saracinesca abbassata.
Il caso che mi ha aperto gli occhi è il “Block AI bots” di Cloudflare: lo accendi con un clic perché “non voglio che mi rubino i contenuti”, e senza accorgerti blocchi anche il bot che porta le citazioni che volevi. Hai abbassato la saracinesca convinto di proteggere la merce.
E non è un problema di nicchia. Ho scaricato il robots.txt di un centinaio di siti italiani noti — 83 leggibili — e l’ho confrontato con 12 user-agent AI. Bloccano almeno un crawler AI in 16 su 83 (19%). Ma guarda chi: undici sono testate (Il Sole 24 Ore, ANSA, Il Messaggero ne sbarrano dieci a testa), tre sono siti di annunci. E-commerce, banche, telco, grandi marchi? Due su quarantotto — MediaWorld e Armani. Tutto il resto: porta spalancata.
Cioè: blocca l’AI quasi solo chi col contenuto ci campa. Chi vorrebbe essere consigliato dall’AI, il più delle volte, non ha nemmeno controllato se le ha chiuso il cancello in faccia.
Il dettaglio che chiude il cerchio: anche le testate che bloccano, bloccano soprattutto i bot di addestramento (CCBot, GPTBot). Quello che porta le citazioni dentro le risposte — OAI-SearchBot — lo blocca quasi nessuno, 3 su 83. Si difendono dal training e lasciano aperta proprio la porta delle citazioni, spesso senza saperlo.
Prima regola operativa: controlla il tuo robots.txt e le regole del CDN, bot per bot. È un check da cinque secondi che quasi nessuno fa. (È letteralmente il motivo per cui ho messo open-source ai-crawler-bots: metà delle liste di user-agent AI che giri trovi online sono sbagliate.)
2. Da dove ti descrive l’AI?
Superata l’idraulica, arriva il malinteso più costoso. Quando un brand non è contento di come lo tratta l’AI, il riflesso è lavorare sul proprio sito: riscrivere le pagine, aggiungere FAQ, “ottimizzare per gli LLM”. È l’automatismo della SEO — piaci a Google mettendo mano al tuo dominio.
L’AI però non funziona come Google. Non ti classifica: ti riassume. E non ti riassume a partire dal tuo sito — ti riassume da quello che il resto di internet dice di te. Recensioni, comparatori, un thread su Reddit, la directory di settore, un articolo di tre anni fa. Quelle sono le fonti. Il tuo sito, nella migliore delle ipotesi, è una delle tante.
Così puoi avere la homepage perfetta ed essere raccontato male lo stesso, perché la materia prima da cui l’AI ti costruisce sta da un’altra parte — e lì non hai mai messo piede. Il tuo sito lo controlli; le fonti da cui l’AI ti descrive, al massimo le influenzi. La partita si gioca sul territorio che non possiedi.
La domanda giusta non è “come mi faccio trovare dall’AI”. È “da quali fonti l’AI mi sta descrivendo, e cosa dicono di me?”. Quasi nessuno l’ha mai controllato.
3. Come ti nomina — non solo se ti nomina
Mettiamo che ci sei. Facile pensare di aver vinto. Ma essere nominato da ChatGPT non è una vittoria: dipende da come ti nomina, e la parte “come” quasi nessuno la sta guardando.
La metrica che rassicura è la share of voice — quante volte compari. Sale, quindi piace. Ma una menzione non è un voto a favore. Ho visto brand:
- nominati come ripiego — “se hai poco budget, c’è [loro]”;
- citati col difetto già attaccato — “validi, ma l’assistenza è lenta”;
- messi terzi in una lista dove ai primi due tocca la frase calda, e a loro la riga di servizio.
In tutti e tre i casi la share of voice segna +1. E in tutti e tre il cliente, finita di leggere, va da un altro. Il numero di citazioni è una vanity metric travestita da KPI. Quello che sposta l’acquisto è il tono con cui l’AI ti nomina. Ho smesso di contare le menzioni e ho iniziato a leggerle: certi brand “molto citati” sono citati male, e certi che compaiono poco compaiono benissimo.
4. Quanto spesso — perché una risposta non fa statistica
Ultimo errore, il più insidioso, perché sembra il controllo più sensato. Apri ChatGPT, scrivi “qual è il miglior [categoria]”, guardi se ci sei. Uno screenshot, un verdetto. “Ci siamo.” Oppure “Spariti.”
Il problema è che quella risposta è un tiro di dado, non una classifica. Cambia con l’account, con la cronologia di chi chiede, con la regione, con il giorno, con il modello dietro le quinte, con la memoria attiva. La stessa domanda posta due volte di fila ti restituisce due liste diverse. Non esiste una “pagina uno” stabile da guardare come su Google.
Quindi lo screenshot fortunato non dimostra che ci sei, e quello in cui manchi non dimostra che sei sparito. Sono tutti e due un campione da uno — l’aneddoto, non il dato. La visibilità sull’AI è una frequenza, non un sì/no. Chi la misura sul serio non chiede una volta: chiede la stessa cosa venti, cinquanta volte, da contesti diversi, e conta quante volte esce e in che posizione media. Giudicarla da un check singolo è come giudicare un dado dopo un lancio solo.
C’è un corollario commerciale, per chi vende online: su ChatGPT non esiste la seconda pagina. L’assistente non ti dà mille link, ti nomina quattro o cinque prodotti, con prezzo e dove comprarli. È lo scaffale, ridotto a una risposta. E riserva due sorprese: spesso cita un prezzo diverso da quello a catalogo (listini vecchi che nessuno sa di star comunicando), e a volte ti raccomanda mandando a comprare su un marketplace o da un rivenditore, non sul tuo store. Vendi, ma margine e dato cliente vanno a un altro.
L’ordine giusto
La GEO fatta al contrario è tutta sul punto 20% — la copy — mentre i quattro problemi veri stanno a monte. L’ordine è questo:
- Idraulica — il bot ti legge? (
robots.txt, CDN, bot per bot) - Fonti — da dove l’AI ti descrive? (il territorio che non possiedi)
- Tono — come ti nomina, non solo se
- Frequenza — quante volte esci, non uno screenshot
Solo dopo ha senso parlare di contenuto. E lì il lavoro più sottovalutato è rendere i fatti su di te leggibili in modo pulito e strutturato — dati coerenti, schema.org JSON-LD al posto giusto — così che, ovunque l’AI ti peschi, la materia prima sia buona.
Chi vince nella citazione AI quasi mai ha la copy più bella. Ha tolto gli ostacoli che gli altri non sanno nemmeno di avere, e ha iniziato a misurare le tre cose che contano invece dell’unica che rassicura. Misurare non basta — sapere che non sei sullo scaffale è metà del problema — ma è l’unico punto da cui puoi partire senza tirare a indovinare.